Pastori e rocce, 1969

Ricordo di un amico

di LUIGI MUZII

Cinquantasei anni fa andando da Pietracamela ai Prati di Tivo per una mulattiera ormai dimenticata, in una giornata di vento fortissimo, in cui molta gente non riusciva a rimanere in piedi, conobbi Guido Montauti che, mentre aiutavamo un signore a rialzarsi e a rimettersi gli sci in spalla, mi disse con quella sua caratteristica inflessione e quel linguaggio che lo rendevano estremamente simpatico: "Ma questo è un vero uragano!".
Egli era un ragazzo di 14 anni, io ne avevo 10. Rimanemmo amici; ci capivamo con poche parole, anche quando le vicende della vita non ci consentivano di incontrarci per molto tempo.
Faceva simpatia a prima vista per lo sguardo sempre sereno ma anche attento, pronto a scrutare le persone e le cose che gli stavano intorno. Il viso gradevole incorniciava un sorriso misurato, così come erano misurati ed eleganti il suo gesticolare ed il suo modo di vestire. Penso che, se avesse potuto, avrebbe portato in tasca una spazzola per dare battaglia alla polvere che si posava, come per una sorta di tropismo dispettoso, sulle sue scarpe, tanto da fargli rimpiangere gli idranti dell'allora podestà Montani che facevano del Corso una strada pulita ma anche un torrente a volte impraticabile. Chissà quanto avrebbe apprezzato le macchine moderne anche se lo avrebbero costretto a spostare l'auto all'una di notte e a pagare qualche contravvenzione! Era quella della proprietà in genere una sua intima necessità, perché non faceva alcunché per piacere o per attirare su di sé l'attenzione del prossimo. Non aveva alcuno degli atteggiamenti peculiari e idiomatici della sua categoria. Era, insomma, totalmente affrancato da ogni forma di condizionamento.
Tale era il suo bisogno di libertà che, fatto prigioniero, evase dal campo di prigionia per arruolarsi nel corpo dei partigiani francesi; ed anche in questo suo piccolo spezzone di vita si distinse tanto da essere decorato dai francesi al valore sul campo. La guerra gli costò sette anni di giovinezza. Li passò in buona parte nelle bolge della prima linea; e in quelle vicende lasciò tra chi ne condivideva le asprezze e i pericoli un ricordo indelebile. Giulio Bedeschi nel suo libro "Fronte Greco-Albanese-c'ero anch'io" lo cita per il coraggio che gli consentiva di mantenere inalterato il suo humor. A guerra finita ci rincontrammo sulle pubbliche piazze; camminammo per un paio d'ore; ci raccontammo qualche peripezia vissuta durante la guerra, amareggiandoci al ricordo degli amici comuni che erano stati meno fortunati di noi. Inevitabilmente, il discorso finì sulle prospettive di lavoro che ci si aprivano davanti; mi disse che negli ultimi tempi del suo soggiorno in Francia aveva fatto un certo numero di acquerelli, mi pare una quarantina. Me li fece vedere e mi chiese di sottoporli al giudizio di Ferruccio Ferrazzi, amico intimo di un mio parente, ed anche mio. Il Ferrazzi era un grande della pittura dei nostri tempi, caduto in disgrazia per avere avuto la sventura di essere nominato da Mussolini accademico d'Italia.
Andai nella sua casa di Piazza delle Muse, a Roma, e volentieri rividi i dipinti che si alternavano sulle pareti a meravigliosi encausti, tecnica nella quale il Ferrazzi era ritenuto maestro incontrastato, un Ludio dei nostri tempi.
Ci sedemmo; e, mentre Ferrazzi "passava" lentamente gli acquerelli di Montauti, io, sapendolo avaro di parole, lo guardavo attentamente per cercare di capire come la pensasse. Li guardò una seconda volta; poi ne rintracciò velocemente alcuni, li guardò più a lungo e, alla fine, rimettendoli nella grossa cartella, mi disse: "Questo tuo amico non ha alcun talento per fare il ragioniere: è condannato a fare il pittore".
Quando lo misi a parte della cosa Montauti abbassò la testa e, dopo un pò di tempo che a me sembrò tanto, mugugnò: "Gigino, che vuoi che ti dica, grazie!".
Non ho mai capito se in quel momento ciò fu per lui una sorta di liberazione o una botta in testa.
Io da quel giorno mi sono sentito partecipe dei suoi successi, delle sue battaglie e delle sue angosce.
Andò a Parigi dove si affermò in un lampo; ed è inutile dire che se ne sentì largamente gratificato.
Ma dalla stessa Parigi venne via perché, mi disse, aveva intorno troppe persone di quelle che vivono all'ombra e alla luce degli altri. Certo è che di incomprensioni deve averne incontrate se Maximilien Daudet nel volume su Montauti scrive testualmente: "Un Picasso? Un Giorgione? Un Goja? Come può venirci dalla terra selvaggia e dimenticata degli abruzzesi una voce tanto alta, disperata, nuova, chiara, sincera? Queste le domande che mi pongo subito di fronte ai disegni di Montauti e mi accade di sentirmi come uno di quei pastori da lui disegnati, grave, eterno, assorto, largo di spalle. Conobbi Montauti in un bar della Senna, una decina di anni or sono. Egli, rappresentante dell'arte bruta, assieme con Deboufett, era noto a quel tempo perché una galleria di Parigi, la galleria Art Vivant, in cerca ansiosa di nuovi talenti, l'aveva posto al di sopra di tutti gli altri; aveva fatto di lui né più né meno che la "eccezione" (quella che chiamo "eccezione" coincise con la scoperta di Montauti; la quale venne a creare un rapporto che più tardi si ruppe a causa della sua naturale intransigenza). Borbottò due, tre parole Montauti quella sera poi disse in perfetto francese: "Bisogna che io me ne vada". Montauti non frequentava i pittori, detestava i critici e lo si sentiva spesso dire: "Meglio un discorso sereno con uno studente della Sorbonne". L'uomo di Pietracamela aveva evidentemente interrogato le rocce che sormontavano la sua casa di Pietracamela, non sopportava che gli altri gli dicessero come si dipinge".
E perché e come poteva uno spirito libero come Montauti accettare che qualcuno gli dicesse come si dipinge?
Non di meno questo lato del suo carattere poteva essere facilmente capito, perché per Montauti la libertà era una cosa prioritaria e fondamentale, avendo lui intuito che quella libertà integrale avrebbe potuto trovarla solo nella sua pittura, sua senza influenza alcuna, nel suo mondo e nella sua famiglia. La sua intuizione ben presto si concretizzò. Tornato per fortuna tra noi, ricominciò la sua ricerca su elementi che analizzava in periodi diversi e sintetizzava a distanza di tempo, forse di anni. Aiutato dai suoi familiari, si era perfino affrancato dalla limitazione che la guida dell'auto gli avrebbe imposto, perché anche in auto guardava, cercava, trovava, selezionava, memorizzava il suo materiale.
La montagna che lui amava era completamente diversa da quella degli altri. La cercava lontano dalla gente, dalle sciovie, dalla neve calpestata, dalle sue pietre diventate sedili, sedie a sdraio, appendiabiti. Abituato a lasciare sulla neve intonsa, in un silenzio assoluto, la traccia uniforme dei suoi sci, si isolava cinquecento metri più in là mettendo tra sé e gli altri un sipario di faggi che proiettavano su un fazzoletto di neve lunghe ombre parallele.
Quando io, afflitto da indumenti ridicoli, qualche volta veri strumenti di tortura come gli scarponi da discesa, dagli orari degli impianti, dagli appuntamenti con gli amici vittime come me delle stesse limitazioni di massa, potevo intuirne il passaggio, perché l'avevo visto in strada sul suo Maggiolino, l'aspettavo, devo dire sinceramente, più che per salutarlo, per vederlo nel suo abbigliamento tanto originale quanto essenziale, pratico, ma soprattutto elegante. Gli scarponi erano quelli morbidi, comodi, impermeabili, di venti anni prima; le suole erano naturalmente le praticissime Vibram; erano allacciati con i lacci, e dico con i lacci, mentre i nostri avevano già le leve. Più leve c'erano più erano simili a quelli dei campioni, più soldi costavano e più male facevano. I pantaloni e la giacca erano di velluto beige, a coste larghe, la camicia di flanella a quadretti in tinte tenui; gli sci di frassino avevano il nasello in cima, che serviva per non far chiudere le punte. Erano gli sci con i quali faceva le gare 30 anni prima. Alla mia domanda, che era provocatoria: "dove vai?" rispondeva sistematicamente "vado un attimo là dietro, torno subito, ci vediamo dopo". E si era liberato anche di me. Di lì a poco avrebbe raggiunto il suo piccolo paradiso. Non ho mai avuto il coraggio di seguire le sue tracce e vederlo muoversi in quel suo mondo, mi sarebbe sembrato più che un'azione di spionaggio, un attentato a quella sua necessità di godersi liberamente la neve soffiata dal vento contro i massi e le tante piccole cose che lui cercava, come il geologo cerca le sue pietre, il botanico le sue piante.
Guido Montauti cercava di tutto; sono convinto che andasse per funghi non per il piacere di trovarli, di coglierli, ma perché l'andare a cercare funghi costringe a guardare il mondo meraviglioso del sottobosco e perché i funghi spesso creano tra di loro un'armonia perfetta. Penso che, se avesse potuto, li avrebbe circoscritti in una sorta di bacheca, togliendo solo quelli che potevano alterare l'euritmia del gruppo. Cosa che comunque faceva presto o tardi nel suo studio, rendendocene partecipi con i suoi quadri. Anche con essi, che fossero soltanto intelaiati o già nelle cornici semplici che lui prediligeva, ricercava una qualche armonia.
La prima volta che andai nel suo studio in Piazza della Cittadella, rimasi colpito dall'ordine non casuale con il quale i suoi quadri erano sistemati sul pavimento. Una certa parte della camera era riservata ad una collezione non originale, ma unica. Erano scatolette vuote di lucido per scarpe, tutte di marca Marga, nere, marrone, gialle, rosse, di varia grandezza, disposte con una evidente ricerca cromatica e volumetrica. Gli chiesi quante fossero e mi rispose: "saranno migliaia, decine di migliaia, non sono mai riuscito a contarle".
Non mi meraviglio che parlasse di decine di migliaia perché l'iperbole gli era costituzionale e la usava come un pistolero usa la sua pistola.
Un giorno ai Prati di Tivo volevo convincere i miei bambini a non raccogliere funghi; passò Guido, che loro conoscevano come grande esperto e gli chiesi se alcuni funghi non lontani dalla nostra tenda fossero velenosi. Egli afferrò il senso della mia domanda e senza guardarli disse: "Sono micidiali, da quelli bisogna stare almeno a tre metri di distanza; ma bisogna stare attenti anche a quelli buoni, perché spesso le vipere si attorcigliano sul loro gambo; e quella del Gran Sasso, la vipera Ursini, proietta la testa a mille chilometri l'ora!".
L'aggettivo puro e semplice per lui non esisteva, usava quasi sempre il superlativo assoluto. Quelli che prediligeva però erano: straordinario, fenomenale, formidabile, eccezionale, stupendo.
Parlava volentieri ed era anche polemico con le persone con le quali riteneva giusto ed utile farlo; ma era abilissimo nell'evitare di perdere tempo nel vaniloquio. Non c'era chiave o grimaldello che valesse per chiunque, anche per i più intimi, a tirargli fuori una infinitesima parte di quanto aveva deciso di non dire. Non era una impresa disperata, era una sconfitta.
Severo, inesorabile, devastante con le persone che non stimava, era generoso, entusiasta, quasi fanatico con quelle che stavano nelle sue grazie. Io appartenevo alle seconde ed è per questo che ho accolto l'invito a ricordarlo con la mia modesta testimonianza. Senza ombra di dubbio mi ha già perdonato.

(da "Notizie dell'Economia Teramana" - Teramo, maggio 1989)